Storia di Grammichele

[fonte]

Quando il terribile terremoto del 1693 distrusse la città di Occhiolà, cuore delle terre del feudo del principe Carlo Maria Carafa Branciforti, nuove rovine si aggiunsero a quelle antiche di un grande centro indigeno ellenizzato. Gli imponenti resti del castello divennero da quel momento il deposito superiore di una articolata stratigrafia storica; e se da un canto il nuovo borgo veniva riedificato su un’altura posta più a meridione col nome di Grammichele, dall’altro l’antico villaggio entrava a far parte di quel complesso sistema collinare di grande interesse archeologico che costituisce la maggior parte del territorio grammichelese noto come Terravecchia.

Anche se vi furono, ancor prima del terremoto, diverse testimonianze che davano notizie su resti di più antiche vestigia, fu grazie alla ricerca archeologica condotta a partire dal 1891 da Paolo Orsi, il grande archeologo roveretano nominato nel 1888 Ispettore degli Scavi, dei Musei e Gallerie del Regno a Siracusa, che venne definitivamente affermata l’esistenza a Terravecchia di un centro indigeno ellenizzato dai coloni greci nel 1897 identificato con la città di Eketla. In età greca la città si sarebbe presentata come un’area di frontiera per il controllo delle fertili valli dell’entroterra sia da parte dei Greci provenienti da Gela che dei Calcidesi di Katana e di Leontinoi. Nelle contrade di Poggio dell’Aquila, di Madonna del Piano, di Piano Croce avrebbero coabitato nuclei di Siculi e di Greci come indicherebbe la presenza di riti funerari e di tipologie di sepolture di diversa tradizione. La presenza nei corredi tombali di una grande quantità, di fibule, coltellini con manico ad occhio, rasoi a lamina rettangolare, collane e bracciali in bronzo, cilindretti cavi e lamine a nastro munite di numerosi fori, di uso e significato ignoto, indurranno in seguito gli archeologi ad ipotizzare l’importazione di tale tecnica metallurgica con lo spostamento in Sicilia di maestranze italiche avvenuto intorno al X secolo a.C. e la successiva acquisizione di tale tradizione da parte delle popolazioni locali. La presenza dei Greci a partire già dalla fine del VII secolo a. C. determina l’intreccio di intense relazioni con le popolazioni autoctone con momenti di convivenza pacifica alternati ad altri di tensione e di contrasto fino a quando, attraverso scambi commerciali, si intensificano e stabilizzano i rapporti tanto che nei templi, e nei luoghi di culto più in generale, sembrano celebrarsi i momenti della raggiunta integrazione. Il centro, nel tempo, subì la sorte comune a numerose altre città in età tardo ellenistica e romana ma perse mai continuità di vita fino all’epoca moderna, in particolare sino al terremoto che nel 1693 cancellò le città del Val Demone e del Val di Noto. Anche l’antico abitato di Occhiolà fu abbandonato definitivamente, seguendo in questo la sorte di altri piccoli centri, e cambiò luogo per la sua “rifondazione”. Tra le aree archeologiche siciliane Terravecchia di Grammichele, con le rovine di Occhiolà, si impone all’attenzione degli studiosi e dei numerosi visitatori che, soprattutto negli ultimi anni, hanno mostrato grande interesse e curiosità per la sua importanza e per la bellezza dei luoghi. L’idea di un museo fuori del museo ha indotto alla istituzione di una grande area demaniale, un parco culturale ove le testimonianze storiche si integrano con le realtà naturali andando dal recupero di un sito archeologico alla creazione di un parco tematico aperto a studiosi ed appassionati.

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