Storia quasi seria di una famiglia in via di estinzione (3)

(prima puntata; seconda puntata)

Intanto la ‘pecora nera’, quella fuggita in America a causa del colpevole scambio di bigliettini, venne cancellata dall’albero genealogico della famiglia e primogenita divenne Angela, poi diventata per tutti zia Angelina. Una saggia e divertente donnina che aveva un sorriso facile e godeva, beata lei, di una visione tutta ottimistica della vita. Zia Angelina aveva una caratteristica: quando rideva, il che accadeva spesso, produceva una divertentissima e visibilissima danza del ventre in su e in giù, più veloce ed evidente nel caso di risata semplice o risatissima. Condannata dal barbutissimo e severissimo padre a non sapere né scrivere né leggere, sembra che sia riuscita, a babbo morto, a fare l’una e l’altra cosa mantenendo il segreto per tutto il resto della sua lunga vita.
Accadde così che una famiglia che negli anni produsse poi fior di avvocati, oratori, scrittori e giornalisti più o meno di chiara fama, dovette covare nel suo grembo due donne che non sapevano né leggere né scrivere, ma che avevano tanta intelligenza e tanto senso dell’humour che nessuno si accorse mai di questa mancanza. Arrivarono anche loro a giuste nozze, facendo a meno dei non necessari scambi di bigliettini, e i mariti non ebbero mai a dolersi di questo loro piccolo, semisegreto, difetto.
Arcangelo, un omone tutto d’un pezzo, diventò ingegnere e produsse figli in piccola serie. Il primo lo chiamò Silvestro in omaggio al citato bibarbuto, per la seconda non ebbe pietà: gli appioppò una Gerolama, aggravata sin dai primi anni della giovinezza, dell’orrendo diminutivo di Momma. Terza e ultima della serie una Agrippina più semplicemente poi chiamata, per carità di patria, Pina. Patrizio, uomo buono, gentile e generoso se mai ce ne fu uno, mise al mondo con la complicità della moglie un altro Silvestro, una semplice Maria e, ahi ahi, un’altra Gerolama poi chiamata Mommina.
In quanto a Francesco, di figli ne produsse uno solo e lo chiamò, manco a dirlo, Silvestro; questo, con la scusa che era venuto su piccolo e magro, fu poi chiamato Silvestrino anche per distinguerlo dagli altri Silvestri in circolazione. Il più bravo e il più famoso dei figli del bibarbuto fu, però, Giusepppe che diventò avvocato di fama nazionale e che, tra una causa e l’altra, tra applaudite orazioni e altrettanto applauditi discorsi, trovò anche il tempo di scrivere libri e di fondare giornali.
Giuseppe di figli ne produsse sette. Una ennesima Gerolama, per sua fortuna poi chiamata Mimì, un ennesimo Silvestro, una Giuseppina, una semplice Antonietta, un Sebastiano, un Umberto (era da poco stato ucciso un re d’Italia con questo nome e ‘Umberto’ era di moda) e, a dieci anni di distanza, l’ultimo, Massimo, che il padre considerò figlio della distrazione.
Nel frattempo erano cominciate ad accadere strane cose – senz’altro originali e raccontabili – tra i discendenti e non sarà quindi male fare un passo indietro e scendere nel particolare.
Giuseppe aveva sposato una bella morettina, Marianna, figlia di una madre-bambina. Una ragazza che il medico più importante del paese, Militello, aveva condotto all’altare quando aveva solo 13 anni. Roba che oggi lo avrebbero accusato di pedofilia, parola e reato allora del tutto sconosciuti. La tredicenne, diventata nel frattempo quattordicenne, mise al mondo una femmina chiamata Mariannina (che andò sposa al Giuseppe di cui sopra, figlio del bibarbuto Silvestro) e un maschio chiamato semplicemente Giuseppe e protagonista, ignaro, di uno scherzo che la giovanissima madre pensò di fare al severo marito-professore che l’aveva impalmata. La giovinetta, un bel giorno di primavera, aspettò che il marito, come faceva sempre alla stessa ora e con lo stesso passo, spuntasse in fondo alla strada e, fingendo di lasciarsi sfuggire di mano il pargoletto (sostituito per la bisogna da un pupazzo ben avvolto nelle fasce), lo gettò giù dal balcone. Il povero marito per poco non ci restò secco e sembra certo che non si sia affatto divertito.
Il pargolo solo apparentemente defenestrato diventò poi un simpaticissimo e allegro buontempone e non entrò mai in crisi neanche quando, per incolpevole malasorte, venne afflitto dalla nascita di un figlio che, solo per carità di patria, era definito da parenti e amici ‘originale’. Il giovane ebbe, è vero, la sfortuna di essere battezzato Sebastiano e, come se questo non bastasse, chiamato in famiglia Januzzo. Il che spiega, almeno in parte, le cose che fece poi e che furono sempre piuttosto strane. L’ultima la combinò, sarà stato il 1924 o il ’25, nella grande Villa che l’avvocato Giuseppe aveva fatto costruire a Catania per la numerosa famiglia. Una Villa che fu sempre considerata dai parenti, vicini e lontani, luogo dove poter mangiare e pernottare a totale carico del titolare, in ogni giorno e momento dell’anno.
Bene, Januzzo arrivò una sera, con la sua valigetta, giusto in tempo per sedere alla grande, accogliente tavola e siccome non era solo originale, ma sempre disposto ad aiutare chi ne aveva bisogno, quando ci si accorse che il pane era finito e che ce ne voleva dell’altro, si offrì di andarlo a comprare. Si rimise la giacca e si avviò verso il più vicino panificio. Da allora nessuno lo ha più rivisto. Dopo l’ultima guerra, arrivò una segnalazione della sua presenza in Sardegna, notizia peraltro non confermata. Nel frattempo erano morti i genitori e nessuno dei parenti, vicini e lontani, con tutti i guai che stavano passando a causa della guerra, ebbe voglia di andarlo a cercare; certamente, nessuno di loro per il fatto che quella famosa sera era rimasto senza pane.


Saltando ancora indietro, ci sembra opportuno ripartire dall’Arcangelo I che ebbe, come detto, Silvestro, Momma e Pina. Il Silvestro di cui sopra divenne, giovane, quasi completamente calvo e aggravò la sua calvizie quando si accorse che somigliava come una goccia d’acqua al pelatissimo Duce del cosiddetto, deprecato, ventennio. Il similduce convolò a giuste nozze con una bruna graziosa Peppina e dove pensò di trascorrere la prima notte di nozze? Ovviamente nella Villa Simili. Purtroppo per la giovane coppia, quel giorno le stanze disponibili erano tutte occupate, così che Silvestro e consorte furono dirottati nel grande studio del famoso avvocato, dove, mettendo assieme un paio di divani, si riuscì a realizzare una discreta, accogliente alcova. Nessuno li avrebbe disturbati in quella grande stanza che godeva non solo di una straordinaria illuminazione, grazie ad un numero, forse esagerato, di lampadari, ma era stata attrezzata anche con una serie di enormi ventilatori distribuiti sul soffitto (non c’era allora l’aria condizionata e d’estata un po’ di vento costituiva un notevole vantaggio). Silvestro e Peppina indossarono i loro camicioni da notte e, prima di passare alla consumazione delle nozze, pensarono che era l’ora di spegnere la luce. Purtroppo per loro, però, c’erano tanti interruttori per lampadari e ventilatori che solo mani esperte riuscivano ad orientarsi; non certo Silvestro e Peppina. Spegnevano un lampadario e si metteva vorticosamente a girare un ventilatore, spegnevano il ventilatore e si accendeva un altro lampadario. I neosposi armeggiarono a lungo, senza riuscire a risolvere il problema e così, lungi da loro l’idea di chiedere aiuto ai familiari – per evitare di essere presi per cretini – giacquero per l’intera notte sotto un vorticare di vento e di carte. Non si sa se riuscirono a consumare le nozze, si sa solo che all’alba, insalutati ospiti, abbandonarono il tornato e per molti mesi non diedero più notizie.
Il dramma fu ricostruito la mattina dopo, quando i parenti trovarono lo studio invaso da pratiche e carte che, svolazzando tutta la notte sul talamo dei poveri sposi, ne avevano cosparso il pavimento.
In quanto alla già citata Momma, così chiamata senza alcuna sua colpa, ebbe la fortuna di sposare un placido uomo ricco di humour. Si chiamava Ignazio e faceva il magistrato, il pretore per essere esatti. In paese, però, d’inverno faceva freddo e, conca a parte, non era un bell’uscire da casa per andare a risolvere le povere beghe dei paesani. Così, il pretore preferibilmente teneva udienza in casa, a letto. Ascoltava le parti in causa e, sentite le testimonianze, “Il pretore si ritira per deliberare”, infilava la testa sotto le coperte e, dopo un ragionevole intervallo, la tirava fuori per pronunciare la sentenza. Dopo di che si girava dall’altra parte e, se non c’erano altre cause da discutere, si rimetteva a dormire.

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