Peggio della dittatura c’è solo l’oligarchia

[fonte]

Il ritorno degli apparati

di Antonio G. Pesce

Peggio della dittatura c’è solo l’oligarchia. Peggio della vanagloria di uno, solo la spocchia di alcuni. Ed è questa breve scala di valori, che qui si offre al lettore senza alcuna presunzione di completezza argomentativa, che dovrebbe indurre a riflettere meglio sull’attuale situazione politica italiana.
Perché oggi, dopo la fine di uno, rischiamo il dominio degli apparati, che non sono i partiti politici, con la loro dialettica interna, le loro benedette correnti che le teste non le spaccano ma – seppur grossolanamente – le contano. Sono gli apparati del partito: l’intellettuale saputello che nessuno si fila, se non nei salotti che fanno opinione pubblica; gli amici del “migliore” di turno; le consorterie economiche e mediatiche che appoggiano (e sorreggono) il potere. Dopo Berlusconi – ha scritto Oliviero Beha – il diluvio. Sicuri? Quello che c’è da temere è che il diluvio cancelli Berlusconi, lasciandoci comunque a vivere nella Sodoma che conosciamo. Non sarebbe un gran che come guadagno
Il presidente del Consiglio ha commesso gravissimi errori. Gli uomini di carattere, quelli che gli avrebbero detto parecchi no, li ha lasciati tutti fuori. Se il governo del ’94 fu uno dei migliori della Repubblica, questo del 2008 è il peggiore. Tranne qualche punta di diamante, non si vedono che fondi di bottiglia: buoni per ingrandire la luce altrui (facendoci scappare pure un incendio), che non per brillare della propria. Ma è nei casi di difficoltà che valgono i tipi tosti. Tosti sempre, e dunque per questo senza padroni. Ma capaci di non nascondersi, e di affrontare avversari e concorrenti in campo aperto.
Nel ’94 mancarono solo i numeri in parlamento, non la gloria delle prospettive. Ha ragione Mario Monti, quando invita a ricordare cosa fosse l’Italia di quegli anni e cosa ci fosse in gioco, prima di dare un giudizio sull’esperienza berlusconiana che sia totalmente negativa. La ‘macchina da guerra del Pds’ era ancora il vecchio, seppur arrugginito apparato comunista: vecchie idee, vecchie facce, vecchi pensatori. Berlusconi ha avuto il merito di portare alla ribalta intellettuali e politici nuovi. Pochi forse, e si può anche ricordare che di questi molti lo lasciarono dopo la prima esperienza. Che fu quella che vide l’impegno di uno degli industriali più dinamici del panorama italiano (un giro in emeroteca porterebbe alla ribalta giudizi imbarazzanti).
Purtroppo, negli anni gli errori si sono susseguiti e le debolezze di fondo accentuate. È mancata un’idea di destra liberale coerente con la storia nazionale, una classe dirigente che fosse all’altezza del prestigio internazionale a cui l’Italia è chiamata, il coraggio di scelte anche impopolari ma non dettate da rivalse corporative. Facendo mente locale, ci accorgiamo che sono gli stessi vizi che stanno alla base del movimento di Fini.
Tuttavia, la risposta alla crisi “culturale” del berlusconismo – definizione nella quale ciascuno mette un po’ di quello che si augura di non essere – non può consistere nel ritorno dell’apparato. Le costituzioni non sono apparato, non lo sono le leggi e i parlamenti. Lo sono gli intellettuali che si fanno detentori del bene e del male democratici, dopo che della democrazia hanno dato una visione ‘debole’, relativista. Nichilismo in tutto, tranne quando ci sia da imbastire un processo contro il nemico di turno: allora si tirano fuori le grandi coalizioni in nome della libertà, e perfino lo gnosticismo storico – la pretesa di sapere con sicurezza da che parte vada la storia – ritorna a fare capolino nella discussione pubblica.
Non stupisce che un intellettuale con la formazione di Alberto Asor Rosa, all’Infedele di Lerner resusciti la dialettica del proletariato per dire con arzigogoli, quello che altri direbbero col buonsenso: a Berlusconi la situazione è sfuggita di mano, qualche ex colonnello lo ha utilizzato per rendere a Fini il fiele che questi gli ha fatto bere in anni di caserma ex missina, ed ora, data la scarsa moralità della politica novecentesca, ognuno tenta di salvarsi, gettandosi tra le braccia del novello timoniere.
Quello che stupisce – e ha stupito pure il conduttore – è che, seppur da posizioni e per ragioni affatto diverse, Asor Rosa abbia trovato un interlocutore speculare in Alessandro Campi, pensatore alla corte del futurismo libertario di Fini. Sentir parlare i due accademici delle possibili soluzioni, senza considerare che, alla fine della fiera, chi governa ne ha ricevuto l’incarico durante lo svolgimento di elezioni regolari – cosa che non deve giustificare tutto, ma non può essere dimenticata – non è meno grave per la ‘morale’ politica di chi non ha ancora capito cosa si abbia il diritto di pretendere da un personaggio pubblico.
Se alla rinascita della nazione si vuole mettere mano in quattro o cinque, vecchi illuminati dal lumino della propria astrusa furbizia, sperando di sedersi infine ad un tavolo per sgranocchiare da vecchi compari qualche caldarrosta, non è difficile preferirle le grigliate elettorali del Cavaliere festaiuolo, e la stessa strada, a cui fuochi egli si riscalda nei momenti di bisogno.

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