Saviano, vieni via da lì

[fonte]

di Antonio G. Pesce

La seconda puntata di “Vieni via con me”, il programma di Fazio e Saviano, è andata in onda. Per fortuna. Le avvisaglie dicevano altro, con Masi pronto a censurare perfino l’idea di un giovane di appena trent’anni, tanto coraggioso da sfidare la peggiore mafia nazionale, ma non il conformismo dilagante nel mondo della cultura – se ancora di cultura si tratta – e dei benpensanti italioti.
È andata bene soprattutto per chi non c’era. Un’accozzaglia di ricordi in salsa politica, dove l’unica cosa seria, su cui valesse la pena meditare, erano proprio i monologhi di Saviano, per quanto in alcuni casi si sia trattato di riproposte – giusto, tuttavia, raggiungere il grande pubblico che sa indignarsi solo davanti al plasma del salotto.
Che però non si tratti di un programma d’intrattenimento ma di uno di carattere squisitamente politico, contrariamente a quanto affermato da Ruffini – il signore del filo spinato di RaiPerUnaNotte, che da quel che dice dietro il filo spinato ci metterebbe quelli che reputa il male assoluto – che si tratti di un programma di natura politica non c’è alcun dubbio. Siamo un Paese di gente tanto impegnata, che ormai sfotte i Tg quando si occupano di costume, malignando sulla ‘linea’ che potrebbero esserci dietro la scelta editoriale. Siamo quelli che pensano che il Grande Fratello e reality vari non siano dettati dal gusto di una grande parte della nazione (tra le cui pieghe si annidano i figli e i fratelli che abbiamo sbagliato ad educare) andata in malora per le scelte culturali (sconsiderate) dei novelli censori quando avevano ancora la smania della rivoluzione. Siamo un popolo che l’intrattenimento lo ha sempre snobbato in pubblico e coltivato nel privato, e che oggi lo identifica immediatamente con l’ottundimento della Spectre berlusconiana. Siamo sicuri che non convenga, a questo punto, l’etichetta politica?
Anche perché, proprio per chi non vive la mediaticità retorica della condizione attuale, la puntata di ieri sera sarebbe innocua. Tanto rumore politico per un nulla ideale. Un palcoscenico offerto ai due grandi oppositori del Tiranno d’Arcore: l’ex camerata Fini, nel giorno in cui i suoi caporali lasciano la terra del padre padrone per recarsi verso quella promessa dal sol dell’avvenire (con alla testa della colonna sempre e comunque un duce); e il compagno Bersani, nel giorno in cui la miopia del suo partito, dilaniato da lotte intestine, non si accorge di essere stato attaccato dalla ruggine vendoliana.
Quale sostanza, però, dietro due belle statuine che declamano versi politically correct? Nessuna. Un’operazione politica già datata – quella di dicotomizzare il cervello italiano – già quando alle scuole medie cantare l’inno nazionale era ritenuto un gesto “fascista”. Si era nel 1990, Ciampi non era ancora al Quirinale, Cossiga rischiava l’atto d’accusa dal Pci che la verità non voleva sentirsela dire, e chi cercava una politica sociale ricorreva al fascismo o al comunismo. Tutti dimentichi che la libertà il nostro Paese l’aveva avuta dal popolarismo cattolico di Sturzo e De Gasperi: né da Giorgio Almirante né da Palmiro Togliatti.
Un’operazione politica, oltre che datata, illiberale e scorretta. E per cosa poi? Per una lista di pensierini da Baci Perugina, servita dalle vecchie facce dell’Italia che non va. Di chi c’è stato in questi vent’anni, ed ora finge di essere stato altrove. Magari nell’Iperuranio di platonica memoria…
Speriamo, almeno, che non sia stato Roberto Saviano a scrivere quelle pappardelle senza capo né coda. Quegli atti di accusa che, mentre sembrano lusingare chi le legge, in fondo lo inchiodano alle sue responsabilità nel crollo morale della nazione. Speriamo non sia stato questo giovane scrittore, che ha saputo affrontare la paura della morte, colui che ha messo in piedi questo carrozzone di conformismo parolaio, nel quale per due ore filate un po’ di gente si crede impegnata civilmente e culturalmente nella redenzione messianica di quel Paese contro cui lavora, scrive, pensa e studia ogni giorno. Speriamo che la speranza del giornalismo italiano non sia morta prima ancora di aver potuto dare prova di sé. Ci vuole molto coraggio per affrontare la morte. Molta di più per non scodinzolare davanti alla massa uniforme del moralismo nostrano. Montanelli e Longanesi ci provarono. L’uno è stato gambizzato, riabilitato solo nel ’94 in veste antiberlusconiana. L’altro addirittura è stato dimenticato.
Saviano è giovane, è bravo, è coraggioso. Sia anche imprudente, perché la vera imprudenza, in Italia, è la solitudine.

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