Sicilia e Berlusconi, l’ultimo treno

[fonte]

di Antonio G. Pesce

2010.11.27 – Ieri il governo ha presentato alla stampa le linee principali del progetto per il Mezzogiorno, uno dei cinque punti presentati da Silvio Berlusconi alla Camera il 29 settembre, quando incassò la fiducia anche del gruppo dei finiani. Non è dato sapere precisamente tutto il dipanarsi di uno stanziamento che, alla fine, conterà circa 100 miliardi di euro. Di sicuro, se non vuole essere l’ennesima mangiatoia nella quale foraggiare la grande industria del Nord, i “poteri forti” (e loschi) del Sud e la politica nazionale, dovrà essere mirato al potenziamento della rete dei servizi. Insomma, non può essere una nuova Cassa del Mezzogiorno.
Come dimostrano attendibili statistiche, buona parte delle aziende che delocalizzano non vanno alla ricerca di un mercato del lavoro vergine, dove comprare manodopera a basso costo, bensì di nazioni dalla burocrazia e dalle infrastrutture funzionanti. Il progetto del governo andrebbe in questo senso, dal momento che pare si voglia potenziare, tra le altre cose, anche il sistema di locomozione ferroviario – si è parlato della tratta Catania-Palermo. Inoltre, la nascita della Banca del Sud potrebbe dare un sostegno ad una possibile rifioritura di aziende nel Mezzogiorno. Ammesso che la Lega lo permetta: in un momento di profonda mancanza di liquidità, togliere alle banche – quasi tutte del Nord – i risparmi di un Sud magari non ricco ma non sprecone, non è proprio conforme all’andazzo registrato negli ultimi due anni.
Tuttavia, Berlusconi non ha altre possibilità. È l’ultimo treno che passa, e anche se ancora non c’è l’alta velocità, è di quelli che, se lo perdi, rimani al palo definitivamente. Il divario tra il nord e il sud del Paese in questi anni non si è ridotto. È semmai cresciuto, non tanto economicamente (forse, proprio in questo campo la forbice si è meno ampliata), quanto politicamente e socialmente. Tante battute a mezzo stampa – ricordiamo l’estate del 2009? – hanno creato un clima culturale che se non fosse perché, frattanto, l’opinione pubblica leghista ha trovato nei non meglio identificati “clandestini” il proprio capro espiatorio, avrebbe dato alla ricorrenza dell’unità nazionale un sapore ancor più ironico di quanto non abbia già. Ovvio allora che, dato l’avvicinarsi delle elezioni politiche – nessuno può credere, in tutta onestà, che il Cavaliere rimanga per altri due anni come bersaglio di Bocchino e compagnia – Berlusconi tenti di recuperare il tempo perduto. Perché che del tempo sia andato perduto questo è certo. Il problema è, semmai, un altro: è recuperabile? Dato che altro in cantiere non si vede, è assai probabile di sì. Vedremo quanto del tanto perso.
Il Sud d’Italia deve, dal canto suo, fare molto di più. Magari cominciando a pagare di faccia propria. Non si va da nessuna parte senza una chiara politica civile. Senza quelle speranze andate disilluse dopo il ’92, ma che cambiarono la vita di molti di coloro che, oggi, sono persone mature e, senza andare da Fazio e Saviano, orgogliosamente contro la mafia. E come l’omertà è ormai considerata un obbrobrio, e sta perfino passando di moda pagare il pizzo, così deve diventare costume comune l’attenta selezione della classe dirigente. Non sarà facile. I primi cadranno sotto i colpi della disoccupazione, falcidiati dalla raffica di clientele di cui il potere si circonda. Ma se siamo fieri di essere italiani, è perché qualcuno da Custoza a Caporetto fino a via D’Amelio ci ha creduto.

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