Viaggio in Sicilia: “La via dei Mulini”

[fonte]

di Anna Lisa Palazzo

Paternò, Via San Marco. Vecchia strada di basalto che, dal centro storico, scende verso le campagne. Alla mia destra intravedo un’antica  chiesetta normanna dedicata all’omonimo santo -chissà perché è sempre chiusa. Ne ammiro dall’esterno le scarne murature di pietra lavica, il piccolo abside; alla mia sinistra incombe la mole della Rocca, con il grande Castello di Ruggero II. Aranceti e canalizzazioni d’acqua –mi riportano a tempi un po’ arabi, un po’ normanni- si stendono sopra le terrazze del Colle e sopra un sottosuolo nelle cui interiora giace il centro indigeno ellenizzato di Hybla, con i Romani diventato civitas stipendiaria.
Da queste parti è stata rinvenuta un’iscrizione di III d. C. (C.I.L., X, 2, 7013) che mi ricorda come un tempo la città fosse legata al culto, anche questo tutto romano, di Venere. Ripenso a quanto doveva essere ricca questa città, e a quanto ancora poco si sappia; mi vengono in mente i luoghi e i colori sensuali di un poemetto latino di autore anonimo di II d.C., il Pervirgilium Veneris, che forse sono proprio questi. Ma non ho modo di fermarmi –ché dovrei infiltrarmi nei lotti di agrumeto privati, e i contadini mi prenderebbero a parole- né tempo. Ho in mente un altro percorso, quello che, costeggiando il Simeto, arriva fino alla collina di Poira, al confine tra la provincia di Catania e quella di Enna.
E’ uno dei percorsi più suggestivi della Valle del Simeto, ed è ancora molto poco conosciuto. È dal 2000 che è inserito tra i siti di interesse comunitario, e nel 2006 la Regione Sicilia l’ha dichiarato Parco con la denominazione di “Tratto di Pietralunga del Fiume Simeto”.
Imbocco la SP 137 e mi addentro per contrada Trepunti. Alle mie spalle la stazione dismessa di San Marco- quasi una città del Far West -, ai miei lati vecchie masserie, alcune abbandonate, e poi agrumeti e oliveti, e i vecchi mulini abbandonati della “Via dei Mulini”, perché questo territorio è molto ricco d’acqua per la presenza del vicino fiume Simeto e per l’abbondante affioramento di sorgenti nelle vicine contrade (Bella Cortina, Salinelle, Monafria, Iungo).
Uno di questi mulini ad acqua lo incontro prima del bivio di Pietralunga; facciata grigia, tetto spiovente, vegetazione incolta attorno, e sotto un piccolo canale d’acqua corrente. Mi sembra di stare nel nord della Francia, dentro un quadro di Gauguin -quello con i mulini di Bretagna-. Ma siamo solo in Sicilia, e il mulino che ho davanti è solo un esempio della tipica edilizia rurale di un territorio compreso tra l’ansa del Simeto e le prime pendici del vulcano. Vulcano che rende fertili i campi, tinge di verde argento gli ulivi, di verde smeraldo le foglie degli aranci, orgoglio, una volta, dell’economia locale. Adesso l’economia è tutta diversa, è fondata sui call-center, e il tarocco rosso di Paternò, dolceamaro sangue del vulcano, non si vende più.
Arrivo al bivio per Pietralunga. Il paesaggio inizia a cambiare. Siamo ai confini tra la zona geologica di Catania e quella di Enna, e si vede. Il colore scuro e levigato della pietra lavica cede il passo ad una pietra bianca, calcarea, friabile. Mi fermo e mi godo il mutare delle gradazioni della pietra al variare della luce. Ho tempo per continuare il mio percorso.

( … Anna Lisa riprenderà il viaggio il prossimo sabato … )

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