Mineo, il paese in cui il dialetto si fa poesia

VIAGGIO IN SICILIA. A trecento anni dalla morte, l’attualità di Paolo Maura, il poeta dialettale che viveva sul leggendario altopiano di Camuti

[“La Sicilia”, venerdì 21 gennaio 2011, p. 24.]

di Salvatore Scalia

Domenica 23 gennaio alle 17.00 all’Auditorium comunale di Mineo si svolgerà la presentazione del volume “Opere complete” di Paolo Maura. Interverranno i professori: Sissi Sardo e Mario Pagano, nonché i curatori Carlo Blangiforti, Aldo Fichera, Salvina Monaco, Giuseppina Testa. Letture di Donatella Rinnovato, Isabella Caponetto, Rosalia Basile, Alessio Galeno, Mario Luca Testa, Vincenzo Valentino.

“Lei è di Mascalucia? Eccole una citazione dalla ‘Pigghiata’ di Paolo Maura”.

Un ursu in forma umana mi paria,
Squarratu, ccu lu cozzu accussi duru,
‘dda ‘ntra li sciari di Mascalucia.

Carlo Blangiforti, impiegato per necessità e scrittore per vocazione, tempo fa mi aveva inviato i versi del poeta dialettale, nato nel 1638 e morto nel 1711, che incarna ancora l’anima popolare di Mineo. Ora in paese è un suo amico, il tipografo Giuseppe Raia, che mi mostra un libretto del 1989 in cui le poesie di alcuni giovani mineoli sono alternate a quelle di Paolo Maura, per un’affinità elettiva che scavalca i secoli e altri scrittori nati qui come Luigi Capuana, nell’Ottocento, e Giuseppe Bonaviri nel Novecento.
“Lo sentivamo come un fratello maggiore, lo abbiamo preso sotto braccio. Anche noi abbiamo provato amore e odio per il nostro luogo natìo”.
A Mineo la poesia si respira nell’aria, costituisce il ritmo naturale delle parole e dei pensieri. Qui si ha la misura di quanto possa essere un prodotto spontaneo dell’anima e una necessità vitale. E se si percorre qualche chilometro in direzione di Grammichele per recarsi sull’altopiano di Camuti, si ha l’impressione che anche l’alitare del vento non abbia una frequenza casuale ma riecheggi tra l’erba e le pietre bianche la chiusa armonia dell’ottava siciliana.
In una villa in questa contrada si rifugiò, a coltivare la scrittura e un forte risentimento verso i suoi paesani, Paolo Maura. Da lui il luogo ha preso il nome di Chianu a Maura, e qui, dove la leggenda aveva collocato la Pietra della poesia, era tradizione che ogni anno si riunissero i poeti di tutta la Sicilia. Certo in tempi di scientismo imperante, nessuno più crede che per avere l’ispirazione sia necessario venire in questo regno di pecore e pastori a baciare un masso inerte. E poi qual è la pietra giusta in questa distesa verde screziata di bianco? Tuttavia qui per la magia del luogo resta intatta la suggestione, ci si sente sollevati e rapiti. Sicché ogni viandante che ama la poesia per il sì o per il no il suo sassolino se lo porta via. La fantasia non deve faticare per popolare di poeti convenuti da tutta la Sicilia la cavea naturale adagiata su un lato della collina. Qui troverebbe posto per declamare i suoi versi anche Vincenzo Valentino, di 82 anni, uno degli ultimi eredi di una grande tradizione di poesia popolare.
Averlo incontrato prima della visita a Camuti è stato un prologo illuminante per veder nascere il verso con la naturalezza del respiro. Ci guardiamo intorno e ancora riecheggia nella mente l’arguzia dei suoi versi, l’ironia, la potenza espressiva delle sue parole e l’apparente facilità con cui riesce a legare immagini, rime e ritmi. Stava seduto con gli amici in un caffè fuori porta e ci ha intrattenuto recitando ottave proprie ed altrui, attingendo alla tradizione di Mineo, ai versi che si tramandano per via orale da padre in figlio, da quelli raffinati del letteratissimo capostipite Maura a quelli recenti e popolareschi di Agrippino Sinatra detto l’Argentiere, che egli in gioventù aveva fatto in tempo a conoscere.
Tra una poesia e l’altra racconta brandelli della sua vita avventurosa, dalla fuga senza passaporto a Marsiglia nel 1947 agli studi alla Berlitz School, dall’attività precaria di magliaro fino alla professione di interprete per il ministero del Commercio estero. Parla, oltre l’italiano, il francese, l’inglese, il tedesco e lo spagnolo, ma la sua lingua poetica è rimasta quella elaborata da Maura, quella delle radici, dell’identità primigenia e incancellabile, quella che gli ha trasmesso per prima con il latte materno il senso dell’armonia e della profondità espressiva.
E’ lui, prima di recitare per intero a mo’ di congedo “A livella” di Totò, a dare voce all’invettiva di Maura contro Mineo con l’ottava che qui tutti conoscono a memoria.

Divintasti cita’, chi Diu ni scanza,
Cu’ t’abita ‘na vota, ti rinunza;
Stravaganti cita’, tutta mancanza,
Chi di bonu nun pisi mancu un’unza.
Di l’abitanti toi chist’è l’usanza:
Idolatrari lumiuna e trunza,
Dari sempri sullevu a l’ignoranza,
Pasciri porci chi nun hannu ‘nzunza.

A trecento anni dalla morte Paolo Maura è vivo nella memoria. La sua vena satirica e parodistica, il suo ribellismo anticonvenzionale, la sua battaglia contro l’ingiustizia e la soffocante ipocrisia della morale parlano ancora al cuore dei giovani; mentre i più attempati si riconoscono nella saggezza barocca delle riflessioni sulla vita come ombra fugace, nonché nel sicuro ricovero della fede cristiana cui approdò nella maturità. Per il poeta fu determinante il trauma del terribile terremoto del 1693.
Blangiforti e Raia fanno parte del Centro culturale Paolo Maura impegnato a far conoscere il poeta con varie iniziative compresa un’edizione integrale delle poesie realizzata senza finanziamenti di sorta. Con i loro amici Carmelo Rossi, commerciante, Aldo Fichera, filologo, e Leonardo Severino, geometra, facciamo un pellegrinaggio ai luoghi di Maura, in questa sorta di cittadella letteraria che è Mineo. Qui vie, case, palazzi, colline, campagne e fiumi sono divenuti luoghi evocativi, la scrittura li ha resi simboli del nostro immaginario. Qui ad ogni passo si compie un tragitto fisico e uno mentale. Ad ogni angolo ricordi le figure di Maura, o il Marchese di Roccaverdina, o cerchi senza volerlo la botteguccia del sarto della Stradalunga.
L’appuntamento con gli amici del Centro è in piazza Buglio sotto il monumento a Capuana, da lì s’imbocca via Paolo Maura per andare alla presunta casa natale del poeta dove lo scrittore verista fece apporre una targa commemorativa. Il Collegio dei Gesuiti in cui ha studiato Maura dà sulla piazza. Sul lato opposto si sale verso il convento di Santa Maria degli Angeli in cui fu rinchiusa la giovane aristocratica della famiglia Maniscalco della quale il poeta si era improvvidamente innamorato. Questa è la storia di un amore impossibile perfetta per appagare le aspettative dei viaggiatori sentimentali. Ogni abitante di Mineo, a dispetto delle leggi dell’ottica, vi saprà mostrare in quale scalino si sedeva Maura sospirando in attesa di poter intravedere l’amato viso dietro le grate delle finestre. L’immaginazione può correre a briglia sciolta perché del monastero è rimasto solo il parlatorio. Se siete fortunati la vostra guida vi reciterà qualche verso della “Pigghiata”, il poemetto che racconta la cattura del poeta colpevole per aver osato infrangere, fidando nelle leggi del cuore, le rigide barriere sociali della Sicilia spagnola. Maura fu rinchiuso prima nel carcere di Piazza Armerina e poi per alcuni mesi alla Vicaria di Palermo. Fu questa la vendetta dei Maniscalco.
L’ingiusta punizione scatenò la vena satirica e parodistica del poeta, trasformando l’esperienza dell’arresto e della prigione in un’impresa eroicomica e in una critica feroce all’ipocrisia sociale e religiosa. Dal dolore e dal risentimento è nato un piccolo capolavoro.

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